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Un Mondiale da m…


Ci sono Mondiali che entrano nella storia grazie a un gol, a una cavalcata memorabile, a una lacrima capace di attraversare le generazioni. E poi ci sono quelli destinati a essere ricordati per tutt’altro. Quello del 2026 rischia di lasciare il segno per un ricorso, un cartellino rosso riportato in vita, un VAR trasformato in un oracolo miope e una serie di fischi che sembrano provenire più da uno studio legale che da un campo di calcio.

Un tempo il calcio era semplice: undici contro undici, un pallone, due porte e quella dose inevitabile di imperfezione umana che si chiamava arbitraggio. Oggi, invece, si gioca undici contro undici, più il VAR, più le commissioni disciplinari, più i ricorsi, più le telefonate dei potenti e più gli umori mutevoli di una FIFA che assomiglia sempre meno a una federazione sportiva e sempre più a un piccolo principato amministrato dagli avvocati.

L’ottavo di finale tra Argentina ed Egitto, diretto dal francese François Letexier, ha alimentato un clima già avvelenato dal sospetto. Sconfitto per 3-2, l’Egitto non si è limitato a protestare negli spogliatoi: ha presentato un reclamo ufficiale alla FIFA, chiedendo l’esclusione dell’arbitro francese dal prosieguo del torneo. Che persino la stampa francese abbia dato ampio risalto alla vicenda dimostra che non si tratta più soltanto della rabbia di una tifoseria, ma di un malessere che attraversa l’intera competizione.

Nel calcio ogni episodio può essere discusso. Ogni contatto divide, ogni replay genera polemiche. È la natura stessa di questo sport: basta un rallenty per trasformare una partita in un processo pubblico. Ma quando un ottavo di finale produce un reclamo ufficiale, quando l’arbitro diventa il protagonista della serata e quando chi perde parla più di ingiustizia che di sconfitta, allora il problema smette di essere un semplice errore arbitrale. Tocca il fondamento stesso del gioco: la fiducia che le regole siano uguali per tutti.

Il caso Letexier, però, non nasce nel vuoto. Arriva dopo un torneo già segnato dalla contestatissima direzione dell’uzbeko Ilgiz Tantashev, le cui decisioni hanno lasciato più di un osservatore con la sensazione che stesse arbitrando una partita diversa da quella vista dal resto del mondo. Quando certi episodi sfuggono sistematicamente allo sguardo dell’arbitro, quando alcuni falli sembrano dissolversi come se fossero dettagli trascurabili e quando il VAR appare affetto da una curiosa forma di cecità selettiva, il dubbio diventa inevitabile: la tecnologia serve davvero a correggere gli errori o soltanto a renderli più sofisticati?

Poi è arrivato il momento più surreale del torneo: Trump cancella un cartellino rosso. O, per essere più precisi, Donald Trump interviene, Gianni Infantino ascolta, la FIFA riesamina il caso e Folarin Balogun si vede revocare la squalifica. Il calcio mondiale ha appena inventato il cartellino rosso a geometria variabile. Una volta chi veniva espulso usciva dal campo e scontava la propria sanzione. Oggi, a quanto pare, può sperare in una telefonata dalla Casa Bianca diretta al Vaticano del pallone.

La scena farebbe sorridere, se non fosse profondamente inquietante. Perché trasmette un messaggio devastante: nel calcio dell’era Infantino la regola sembra non essere più un principio, ma una materia elastica, negoziabile, adattabile ai rapporti di forza. I piccoli subiscono il regolamento; i potenti ottengono una revisione. Il calciatore qualunque paga fino in fondo; quello che conta trova sempre un varco. Pensavamo di assistere a un Mondiale. Ci siamo ritrovati davanti a uno sportello privilegiato.

Gianni Infantino voleva costruire una FIFA globale, moderna, ricca e onnipresente. Ne ha fatto un grande teatro, dove la rappresentazione rischia ormai di prevalere sull’autorità. Tutto appare più imponente: il numero delle squadre, le competizioni, gli incassi, gli annunci. Eppure, mentre tutto cresce, la fiducia diminuisce. La FIFA continua a parlare di universalità, ma spesso dà l’impressione di amministrare un sistema in cui il peso delle influenze conta quanto quello delle regole. Invoca la trasparenza, ma finisce per alimentare opacità con una puntualità quasi industriale.

Il vero dramma di questo Mondiale non è che gli arbitri sbaglino. Gli arbitri hanno sempre sbagliato e continueranno a farlo. Il problema è un altro: quegli errori non sembrano più appartenere alla normale fallibilità umana, ma a un clima generale di confusione, sospetto e governance incerta. Un fallo ignorato da una parte, un cartellino cancellato dall’altra, un ricorso ufficiale il giorno dopo. Così il torneo procede come un convoglio che sobbalza a ogni curva, accompagnato da comunicati, polemiche e video virali.

Il calcio non ha bisogno di essere perfetto per essere amato. Ha bisogno di essere credibile. E la credibilità comincia a sgretolarsi quando i tifosi hanno la sensazione che l’arbitro non fischi soltanto in base a ciò che accade sul campo, ma anche sotto il peso del prestigio, delle pressioni, degli interessi e degli equilibri politici. A quel punto il VAR non dissolve il sospetto: lo proietta semplicemente in alta definizione.

Un Mondiale dovrebbe consacrare i campioni. Questo sembra consacrare le commissioni. Dovrebbe celebrare il gioco. Celebra i ricorsi. Dovrebbe far discutere di dribbling, di parate, di imprese sportive e di popoli che sognano. Invece si parla soprattutto di Letexier, Tantashev, Balogun, Trump e Infantino. È probabilmente il paradosso più amaro di questa edizione: essere riuscita a togliere il calcio dal centro del palcoscenico.

L’era Infantino dovrebbe chiudersi quanto prima, non per nostalgia di un’età dell’oro che forse non è mai esistita, ma perché un’istituzione che lascia crescere una simile percezione di arbitrarietà finisce inevitabilmente per contaminare il gioco che dovrebbe proteggere. Il calcio continuerà a vivere, come ha sempre fatto, nei bambini che rincorrono un pallone su un campo di terra, nei quartieri che esplodono di gioia, nei popoli che cantano sugli spalti. La FIFA, invece, potrebbe non sopravvivere altrettanto facilmente all’erosione della propria credibilità.

Un Mondiale non muore mai per un fischio sbagliato. Comincia a morire quando il pubblico smette di credere che quel fischio sia stato onesto.

E questo Mondiale, purtroppo, profuma già di zolfo, di combine e di uno spogliatoio rimasto chiuso troppo a lungo.

La storia registrerà che l’Argentina si è qualificata ai quarti di finale. Molti, però, ricorderanno soprattutto un’altra cosa: che quella sera l’Egitto ha vinto la partita della credibilità.

GIGI

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