Accueil / Uncategorized / Italiano / Da Rivera a Olise: quando il calcio appartiene ancora agli artist

Da Rivera a Olise: quando il calcio appartiene ancora agli artist

Da questa mattina, molti osservatori sportivi analizzano con attenzione la prova di forza della Francia contro la Svezia. Pochi giorni prima, un’altra squadra del Nord, la Norvegia, aveva già conosciuto la durezza della legge dei Bleus. Proprio quella Norvegia che, con crudele ironia della storia, ha contribuito a lasciare l’Italia fuori da questo Mondiale.

A uno sguardo superficiale, questi risultati potrebbero sembrare il frutto di una semplice superiorità atletica, di una maggiore intensità fisica o di un’organizzazione collettiva più compiuta. Ma il calcio, quando viene osservato con pazienza, rivela quasi sempre una verità meno appariscente e più profonda. La forza della Francia non risiede soltanto nei muscoli, nella velocità o nella disciplina tattica. Risiede soprattutto nella sua capacità di creare, di rompere l’ordine prevedibile delle partite, di accendere una scintilla là dove le difese credono di aver spento ogni luce.

In una parola: la Francia possiede ancora degli artisti.

Michael Olise appartiene a questa stirpe preziosa. La sua conduzione del pallone, la sua visione periferica, la sua capacità di scorgere lo spazio che gli altri non vedono ricordano una verità spesso dimenticata: il calcio non è soltanto gestione, pressing, transizione e occupazione razionale del campo. È anche, e forse prima di tutto, arte dello squilibrio. Olise si inserisce così nella continuità di una tradizione francese illuminata da Michel Platini e sublimata da Zinédine Zidane: quella del creatore capace, con un gesto solo, di cambiare la temperatura emotiva di una partita.

Di fronte a questa evidenza, l’assenza ricorrente dell’Italia sulla scena mondiale assume un valore quasi simbolico. La Nazionale, un tempo regno degli esteti, dei registi, degli uomini capaci di pensare il gioco prima ancora di eseguirlo, sembra non aver mai ritrovato pienamente un erede all’altezza di Gianni Rivera. Il “Golden Boy” non era soltanto un grande calciatore: era una forma di intelligenza in movimento, un interprete capace di dare ordine al caos e bellezza alla necessità.

Certo, l’Italia ha prodotto dopo di lui campioni immensi. Ma più raramente ha saputo generare quella figura assoluta del regista sovrano, del poeta del pallone, del creatore intorno al quale una squadra non si limita a giocare, ma respira.

Il paradosso del calcio moderno è forse tutto qui.

Per decenni, molte squadre si sono lasciate sedurre da una scorciatoia: preferire la potenza alla finezza, la statura alla tecnica, l’impatto fisico all’ispirazione. Sotto l’influenza di alcuni modelli nord-europei, la verticalità è diventata una specie di dogma. Bisognava correre, accelerare, comprimere il gioco in una serie di transizioni, duelli, scatti e recuperi.

Questa visione ha prodotto risultati. Sarebbe ingiusto negarlo. Ma ha anche impoverito una parte dell’immaginario calcistico. Perché quando lo spazio si restringe, quando l’avversario innalza un muro difensivo che ricorda il vecchio catenaccio italiano, la sola velocità non basta più. Serve altro. Serve la profondità del pensiero. Serve l’intelligenza dei movimenti. Serve l’audacia del dribbling. Serve quel passaggio inatteso che lacera le linee come un lampo lacera la notte.

In altre parole, servono creatori.

Il calcio non è una gara di decathlon. È una dialettica permanente tra forza e immaginazione, tra disciplina e invenzione, tra struttura e poesia. Le più grandi squadre della storia — il Brasile di Pelé, l’Argentina di Maradona e Messi, la Francia di Platini e Zidane, la Spagna di Iniesta e Xavi — avevano tutte un tratto comune: possedevano artisti capaci di trasformare un campo da calcio in un laboratorio di creazione.

La Francia attuale sembra aver ritrovato questa vena feconda. Attorno a Olise si muovono giocatori tecnicamente raffinati, capaci di occupare i mezzi spazi, di giocare tra le linee, di inventare soluzioni là dove altri vedono soltanto un vicolo cieco. È questa abbondanza di intelligenza tecnica a rendere i Bleus così difficili da contenere.

Si può limitare la potenza. Si può frenare la velocità. Si può persino neutralizzare un campione per una sera. Ma è molto più difficile imprigionare una squadra quando la creatività passa da un piede all’altro, cambia volto, migra da una zona del campo all’altra e rinasce nel momento stesso in cui si credeva di averla soffocata.

Da Rivera a Platini, da Platini a Zidane, da Zidane a Olise, il calcio ci consegna una lezione quasi filosofica: i sistemi possono vincere le partite, ma sono gli artisti a costruire le dinastie.

GIGI

Partagez ce contenu / Condividi questo contenuto:

Répondre

Votre adresse e-mail ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *