Accueil / Uncategorized / A LA UNE / Politique / Politique-IT / Il G7, o il club privato dei ricchi superato dalla Storia

Il G7, o il club privato dei ricchi superato dalla Storia

GIGIG7ITALIANOBIS Il G7, o il club privato dei ricchi superato dalla Storia

Sulle rive ordinate del Lago di Ginevra, il G7 continua a darsi le sembianze di un direttorio mondiale. Le bandiere sventolano, le limousine scorrono silenziose, le cancellerie si agitano, i comunicati vengono preparati con quella gravità compassata tipica delle vecchie potenze che ancora confondono il protocollo con l’autorità.

A Evian, Emmanuel Macron sogna il consenso. Ucraina, Iran, commercio mondiale, Cina, intelligenza artificiale: l’ordine del giorno ha l’ampiezza di un inventario imperiale. Ma i tempi sono cambiati. Il G7 continua a parlare come se governasse il mondo; il mondo, invece, ha già iniziato a organizzarsi senza chiedergli il permesso.

Nato negli anni di Giscard d’Estaing, questo club aveva un tempo l’aspetto di un cenacolo sovrano. L’Occidente industriale distribuiva premi e sanzioni, fissava le regole del commercio, delineava gli equilibri della finanza globale, impartiva lezioni ai Paesi recalcitranti e prometteva prosperità a chi accettava di seguire la sua grammatica economica e politica.

Ma la Storia possiede una crudeltà discreta: non avverte sempre gli imperi quando stanno diventando provinciali.

Oggi la Cina pesa sulle catene del valore globali, l’India si insedia nel XXI secolo con la serenità delle civiltà millenarie, i BRICS+ ampliano il proprio raggio d’azione, il Golfo investe, acquista e arbitra, l’ASEAN produce, innova e negozia, mentre l’Africa, a lungo relegata al ruolo di comparsa, si trasforma in uno dei principali teatri delle rivalità future.

Di fronte a questi movimenti tettonici, il G7 continua a riunirsi come se il pianeta potesse ancora essere contenuto in un salotto occidentale. Talvolta invita alcune potenze del Sud globale, per la foto di rito, per cortesia diplomatica, per conferire al vecchio tavolo una parvenza di universalità. Ma tutti sanno che un invito non equivale alla condivisione del potere. Si può essere ammessi alla cena senza avere accesso alla cucina.

Il Sud globale non si lascia più ingannare. Osserva questi vertici con un distacco quasi clinico. Ai suoi occhi, il G7 non rappresenta più l’evento centrale che pretende di essere; è diventato piuttosto un appuntamento occidentale che continua a parlare a nome del mondo, pur rappresentando ormai soprattutto sé stesso.

La contraddizione appare ancora più evidente perché i membri del club continuano a predicare l’apertura dei mercati salvo riscoprire, non appena i propri interessi vacillano, le virtù prudenti del protezionismo. Esaltano la concorrenza quando le loro imprese dominano il mercato; invocano la sicurezza nazionale quando altri iniziano a vincere. Sacralizzano il libero mercato finché resta nelle loro mani; lo sorvegliano attentamente quando rischia di sfuggire al loro controllo.

L’intelligenza artificiale offre l’esempio più lampante di questa deriva. Washington innalza barriere tecnologiche in nome della sovranità, limita l’accesso ai modelli più avanzati e trasforma la circolazione della conoscenza in un privilegio strategico. L’Occidente, che per decenni ha impartito lezioni di apertura, scopre improvvisamente che la libertà è un principio magnifico, soprattutto quando non avvantaggia troppo gli altri.

Sull’Ucraina il G7 mostra unità, ma gli interessi divergono. Sulla Cina oscilla tra fermezza politica e dipendenza commerciale. Sull’Iran procede nella nebbia dei rapporti di forza. Sulla globalizzazione vorrebbe ancora scrivere le regole, mentre le regole vengono ormai scritte da una pluralità di attori.

L’aspetto più sorprendente non è dunque che il G7 continui a riunirsi. L’aspetto più sorprendente è che sembri ancora credere alla propria centralità.

Perché il mondo non lo aspetta più. Pechino costruisce le sue rotte, Nuova Delhi forma i suoi ingegneri, Riyad e Abu Dhabi spostano capitali, Giacarta e Hanoi attraggono industrie, Brasilia rivendica il proprio ruolo e l’Africa negozia il valore della sua forza demografica, mineraria e strategica. Il pianeta non è più un anfiteatro in cui l’Occidente parla e gli altri prendono appunti. Sta diventando un’agorà complessa, polifonica e indisciplinata.

Il G7 resta ricco, certo. Resta armato, organizzato, influente e tecnologicamente avanzato. Ma non è più l’unico al volante. Ed è proprio questo che i suoi vertici faticano ad accettare: il potere non sempre scompare; talvolta si relativizza. Non crolla in rovina; perde semplicemente il monopolio del racconto.

A Evian, i leader occidentali cercano il consenso. Il Sud globale cerca margini di manovra. Mentre gli uni tentano di preservare l’ordine esistente, gli altri stanno già negoziando quello futuro.

In fondo, la sigla G7 racchiude un’ironia quasi francese. Richiama Giscard d’Estaing, la sua eleganza da ancien régime, il gusto per i club esclusivi e per i circoli riservati. Ma richiama anche i celebri taxi parigini G7, per lungo tempo sicuri del proprio monopolio prima dell’arrivo dei nuovi “Uber” della mobilità urbana.

Il paragone è severo, ma illuminante. Il G7 continua ad attendere alla sua fermata, motore acceso e tassametro in funzione, convinto che il cliente chiamato “mondo” tornerà prima o poi da lui.

Peccato che il mondo abbia già prenotato la sua corsa altrove.

Partagez ce contenu / Condividi questo contenuto:

Répondre

Votre adresse e-mail ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *