
Accade talvolta che le elezioni si preparino sotto i nostri occhi senza che noi le vediamo davvero. I talk-show fremono, gli stati maggiori si agitano, le candidature si annunciano con pose da destino nazionale, i sondaggi scorrono come bollettini meteorologici sotto un cielo già gravido di tempesta. Eppure, sotto questa schiuma di dichiarazioni, si delinea un’altra battaglia, più profonda, più sorda, quasi tellurica. La presidenziale del 2027 potrebbe non giocarsi dove tutti credono. Potrebbe, in fondo, opporre due figure che tutto sembra separare, ma che l’epoca avvicina con sovrana ironia: Jean-Luc Mélenchon e Dominique de Villepin.
Non necessariamente come due finalisti già scolpiti nel marmo elettorale — la politica francese ama smentire i propri profeti — ma come i due poli attorno ai quali potrebbe organizzarsi il vero dibattito nazionale: la collera sociale contro la verticalità gollista, la rottura popolare contro la maestà repubblicana, il tribuno contro l’oratore, la piazza contro lo Stato, l’insurrezione civica contro la diplomazia sovrana.
Jean-Luc Mélenchon, dal canto suo, ha deciso. È ufficialmente candidato alle elezioni presidenziali del 2027, per una quarta campagna, rivendicando una squadra, un programma e un avversario principale: il Rassemblement National. Ma questa candidatura non è soltanto una candidatura di partito; è una macchina di mobilitazione. Mélenchon non si presenta mai semplicemente come un pretendente all’Eliseo. Si presenta come il sintomo parlante di un Paese che non sopporta più di tacere. Incarna una Francia nervosa, inquieta, infiammabile, corrosa dal carovita, dalla sfiducia istituzionale, dalla rabbia contro le élite e dalla sensazione che la Repubblica abbia smesso di essere un rifugio per diventare un’amministrazione della rinuncia.
I dati recenti mostrano, del resto, che la sua dinamica non è affatto marginale. Secondo un barometro Odoxa-Mascaret pubblicato da Public Sénat il 26 maggio 2026, Jordan Bardella resta ampiamente in testa con il 32% delle intenzioni di voto, ma Jean-Luc Mélenchon risale al 16%, a un solo punto da Édouard Philippe, accreditato al 17%. Questa prossimità non è un dettaglio: significa che, dietro la facciata di un duello annunciato con il blocco nazional-populista, la questione centrale diventa quella della qualificazione. Chi, di fronte al blocco nazionale-populista, può ancora incarnare un’alternativa abbastanza potente da superare il primo turno?
È qui che irrompe Dominique de Villepin.
L’ex Primo ministro non ha ancora ufficializzato la propria candidatura, ma ha confermato di essere già impegnato nella raccolta delle cinquecento firme necessarie, affermando al tempo stesso di voler essere “presente nel 2027”. Non è una dichiarazione fragorosa; è un approccio villepiniano: avanzare senza precipitarsi, lasciare che i più impazienti si logorino nell’arena, poi apparire nel momento in cui il Paese non cercherà più un candidato, ma una statura. Villepin non viene a occupare una casella. Tenta di occupare un vuoto. Quello lasciato dal macronismo al termine del suo ciclo, da una destra ripiegata su se stessa, da una sinistra frantumata, da un centro divenuto amministratore della propria estinzione.
Perché il grande paradosso del 2027 è proprio questo: le candidature ufficialmente installate faticano già a produrre speranza. Somigliano talvolta a quelle insegne luminose che nessuno guarda più nelle strade troppo illuminate. Bruno Retailleau è stato sì scelto come candidato ufficiale dei Républicains dagli iscritti del partito, con il 73,8% dei voti in una consultazione interna. Ma questa investitura, invece di ricomporre le fratture, sembra renderle ancora più visibili. Quando una formazione politica confonde l’adesione militante con l’adesione nazionale, rischia di scambiare il rumore della propria sala per la voce del Paese.
Roselyne Bachelot, proveniente da quella vecchia famiglia della destra che conosce le grandezze e i naufragi del proprio campo, avrebbe riassunto brutalmente il malessere: Bruno Retailleau non avrebbe “alcuna possibilità, oggi”, di vincere l’elezione, secondo una pubblicazione di Public Sénat che riprendeva la sua analisi. La formula è crudele, ma colpisce nel segno perché oltrepassa la persona. Mira a una destra diventata troppo angusta per il Paese che pretende di governare. Una destra che parla d’ordine, ma fatica a parlare di destino; che invoca l’autorità, ma non produce più immaginario; che vuole mostrarsi ferma, ma appare spesso arida.
Ecco perché le “candidature allo zero per cento” — quelle che esistono mediaticamente prima ancora di esistere politicamente — non convincono più. Occupano lo spazio senza allargare l’orizzonte. Promettono di governare la Francia come si amministra un fascicolo, mentre il Paese chiede altro: una parola, una visione, una spiegazione del mondo. La presidenziale francese non è un’elezione municipale ingrandita. Esige una drammaturgia nazionale, un’architettura mentale, la capacità di dire non soltanto ciò che si farà, ma perché la Francia meriti ancora di credere in se stessa.
In questa prospettiva, Mélenchon e Villepin sono oggi i soli due capaci di conferire allo scrutinio uno spessore storico. Mélenchon parla alle collera accumulate; Villepin parla alla nostalgia di uno Stato che sappia ancora stare in piedi. Mélenchon vuole rovesciare il tavolo; Villepin vuole restituire altezza al tavolo repubblicano. Mélenchon convoca il popolo; Villepin convoca la Francia. L’uno elettrizza, l’altro solennizza. L’uno cerca l’incendio redentore, l’altro la grande frase capace di riportare ordine nel caos.
Di fronte a loro, il Rassemblement National resta ovviamente la grande forza elettorale. Le ultime rilevazioni Ipsos pubblicate il 1º giugno 2026 collocano i potenziali candidati del RN tra il 31% e il 36% al primo turno, molto lontano dalla maggior parte delle altre candidature testate. Ma una presidenziale non si riduce mai a una fotografia dell’opinione scattata un anno prima del voto. È un fiume capriccioso. Trascina paure, incidenti, stanchezze, rivelazioni. Può trasformare un’evidenza in miraggio e un’ipotesi in evento.
Ecco perché il duello Mélenchon-Villepin merita di essere preso sul serio. Non perché sia matematicamente acquisito, ma perché sarebbe politicamente coerente con lo stato del Paese. La Francia non è più soltanto divisa tra destra e sinistra. È lacerata tra due desideri contraddittori: il desiderio di rottura e il desiderio di tenuta. Vuole punire e vuole essere rassicurata. Vuole gridare e vuole ascoltare una voce grave. Vuole rompere con l’ordine esistente, ma teme il disordine assoluto.
Mélenchon e Villepin incarnano questa contraddizione francese. L’uno porta il brontolio delle piazze; l’altro, il ricordo delle tribune internazionali. L’uno è l’uomo delle folle; l’altro, l’uomo delle circostanze. L’uno parla da capo di campo; l’altro tenta di parlare da ricorso nazionale. Tra i due vi è meno una differenza d’età o di percorso che una differenza nel rapporto con la Storia: Mélenchon vuole che il popolo irrompa nel vecchio mondo; Villepin vuole che lo Stato ritrovi una voce nel nuovo disordine mondiale.
Così, la prossima presidenziale potrebbe giocarsi in questa strana alternativa: bisogna affidare la Francia a chi promette di scuoterla o a chi pretende di rialzarla? Bisogna scegliere la fiamma o la colonna? Il tumulto o la gravità? La rottura o la maestà?
Le candidature di gestione passeranno. Le candidature d’apparato impallidiranno. I piccoli calcoli finiranno nei margini dei giornali. Ma se il 2027 diventerà un’elezione di destino, allora lo scrutinio cercherà fatalmente due figure capaci di portare qualcosa di più di un programma: una visione del Paese.
E in questo teatro incerto, Mélenchon e Villepin potrebbero essere davvero gli ultimi due attori capaci di far udire, ciascuno a modo suo, quella frase che la Francia attende senza osare formularla: non si tratta più soltanto di vincere un’elezione, ma di sapere quale idea della Francia sopravvivrà al disordine del secolo.
Pasqualina Cacciola
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