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Vance-Pompeo: la successione a Trump, due idee d’America

Le primarie repubblicane non sono ancora cominciate, ma già se ne intravede la linea di frattura. Da una parte J. D. Vance, vicepresidente e possibile erede di un trumpismo che promette di restituire all’America i suoi confini, i suoi posti di lavoro e la facoltà di scegliere le proprie guerre. Dall’altra Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex segretario di Stato, che ha lasciato intendere di poter puntare alla nomination repubblicana. Due uomini dello stesso partito, due modi diversi di guardare il mondo: l’uno diffidente verso gli interventi all’estero, l’altro cresciuto nei corridoi dell’intelligence e nel culto della potenza americana.

Ad Abu Dhabi, il 12 ottobre, durante il vertice TRENDS dedicato al futuro della sicurezza in Medio Oriente, Pompeo ha risposto di sì a chi gli chiedeva se prenderebbe in considerazione una candidatura nel 2028. Si è detto pronto a servire il Paese qualora le circostanze lo richiedessero. La precisazione è importante: non ha annunciato la propria candidatura. Ma la porta è aperta, e l’ex segretario di Stato sa bene che, nella politica americana, basta socchiuderla perché comincino a farsi avanti le ambizioni.

Neppure J. D. Vance ha ufficializzato la sua discesa in campo. Ha dichiarato che ne parlerà con la moglie dopo le elezioni di metà mandato del 2026. Eppure occupa già la posizione più ambita: quella di vicepresidente, che molti considerano il naturale punto di partenza per raccogliere l’eredità di Donald Trump. Se la sfida prenderà forma, dunque, non vedrà due candidati ufficiali sullo stesso piano: metterà di fronte un favorito di fatto e un rivale ancora alla ricerca del proprio spazio.

Due percorsi, due temperamenti

La carriera di Pompeo è quella di un uomo navigato nelle istituzioni e nei rapporti di forza. Eletto alla Camera dei rappresentanti per il Kansas dal gennaio 2011 al gennaio 2017, ha diretto la CIA dal gennaio 2017 all’aprile 2018, prima di diventare segretario di Stato, incarico che ha ricoperto fino al gennaio 2021. Il suo percorso lo ha condotto dal Congresso ai retroscena dell’intelligence e, infine, sul palcoscenico della diplomazia internazionale.

A questa esperienza si aggiunge un’identità che potrebbe valorizzare in un Paese dove le appartenenze comunitarie conservano un peso nella conquista del consenso. Pompeo ha origini italiane; durante una visita in Italia, il Dipartimento di Stato lo definì il primo segretario di Stato italo-americano. Le sue radici possono contribuire al suo racconto politico e aprirgli alcuni circuiti. Da sole, però, non garantiscono voti: in una primaria, il richiamo alle origini funziona soprattutto quando si accompagna a una proposta politica riconoscibile.

Vance rappresenta invece una generazione più giovane, passata dai Marines al Senato e poi alla vicepresidenza. La sua immagine politica si è costruita criticando le guerre lontane e le élite che le decidono senza pagarne il prezzo. Per molto tempo, la diffidenza verso gli interventi all’estero ha dato al suo discorso una voce particolare in un Partito repubblicano spesso attratto dalle dimostrazioni di forza. La crisi iraniana ha però messo in luce le contraddizioni di questa posizione: Vance ha difeso l’accordo raggiunto da Trump dopo gli attacchi americani, mentre le due anime del movimento MAGA — i sostenitori della linea dura e i fautori dell’«America First» — contestavano la gestione della crisi per ragioni opposte.

Il falco e l’erede

Pompeo appartiene al campo dei falchi. Nella sua concezione della sicurezza nazionale, intelligence, deterrenza e affermazione della potenza americana occupano un posto centrale. Da direttore della CIA attaccò con insolita durezza Julian Assange ed Edward Snowden. Definì WikiLeaks un «servizio di intelligence ostile» e respinse la qualifica di whistleblower rivendicata da Snowden. Nel 2016 arrivò a sostenere che quest’ultimo meritasse la pena di morte per le sue rivelazioni. Parole che tracciano un confine netto: per Pompeo, quando è in gioco il segreto di Stato, la libertà di divulgazione può trasformarsi in una minaccia per la nazione.

Il suo nome resta inoltre legato alla controversia sulle tecniche d’interrogatorio della CIA. Prima di essere nominato alla guida dell’agenzia, Pompeo aveva criticato la decisione di Barack Obama di porre fine al programma di interrogatori e aveva sostenuto che le tecniche impiegate in passato fossero «conformi alla legge». Una precisazione è necessaria: questo non significa che abbia creato le prigioni segrete della CIA. La sua posizione lo colloca tuttavia in un dibattito nel quale le esigenze dell’intelligence sono state spesso invocate per giustificare pratiche che le organizzazioni per i diritti umani definiscono tortura. Human Rights Watch gli rimproverò allora di non aver preso chiaramente le distanze da quei metodi.

Questo passato potrebbe rivelarsi un vantaggio presso gli elettori repubblicani in cerca di un leader considerato risoluto, esperto e poco disposto a concedere attenuanti a chi divulga segreti. Ma potrebbe anche diventare un peso. Gli elettori non ricordano soltanto le minacce: si interrogano su quale idea del potere quelle minacce lascino intravedere. In una campagna segnata dalle preoccupazioni per il costo della vita, l’immigrazione e gli impegni militari, Pompeo dovrà dimostrare che l’esperienza maturata nell’intelligence può tradursi in qualcosa di più di una politica della coercizione.

Vance, dal canto suo, ha un vantaggio che Pompeo non può rivendicare: è già nel cuore della Casa Bianca e parla a una coalizione elettorale ancora attiva. Ma questa vicinanza ha anche un rovescio. Dovrà rispondere di ogni decisione dell’amministrazione Trump, soprattutto di quelle che contraddicono il rifiuto delle «guerre senza fine», uno dei tratti distintivi del suo percorso. Pompeo potrà presentarsi come l’uomo dell’esperienza; Vance, come quello del rinnovamento. Il primo porta con sé i dossier, il secondo una narrazione politica.

Una primaria per capire il dopo-Trump

La rivalità non si ridurrebbe a una sfida tra biografie. Solleverebbe una domanda più profonda: che cosa resterà del trumpismo quando Trump non sarà più candidato? Vance potrebbe prolungarne la spinta popolare, misurandosi però con le contraddizioni di un potere che promette il disimpegno e finisce coinvolto nelle crisi internazionali. Pompeo cercherebbe invece di conservarne la vena nazionalista, riportando in primo piano una politica estera più tradizionale, fondata sulla potenza, sulle alleanze e sull’intelligence.

Se la sfida avrà luogo, si giocherà anche all’ombra del presidente. Trump incoronerà un erede oppure preferirà lasciare i suoi aspiranti successori nell’incertezza? La risposta peserà sugli appoggi, sui finanziamenti e sulla disciplina del partito. Vance parte in vantaggio. Pompeo, intanto, ha ricordato che non intende lasciare che il futuro repubblicano venga scritto senza di lui.

In questa primaria ancora ipotetica, Vance non sarebbe soltanto il favorito rispetto a Pompeo: incarnerebbe una promessa. L’America può rinunciare alle spedizioni lontane senza smettere di contare nel mondo? Pompeo risponderebbe richiamando la forza organizzata; Vance, la prudenza dichiarata — una prudenza che l’esercizio del potere mette già alla prova. Tra i due, il Partito repubblicano non sceglierebbe soltanto un candidato. Deciderebbe quale volto dare all’America dopo Trump.

GIGI

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