Nei caffè attorno alla sede del Partito socialista abbiamo incontrato quattro militanti, legati da una lunga fedeltà al partito e oggi attraversati da una profonda delusione. Hanno conosciuto gli anni delle vittorie, le mobilitazioni che scavalcavano gli apparati, i cortei diretti verso la Bastiglia. Allora il socialismo era una promessa abbastanza forte da orientare una vita intera. Oggi, quegli stessi militanti pensano di votare per Jean-Luc Mélenchon.
Quattro testimonianze, naturalmente, non bastano a delineare una tendenza nazionale. Rivelano però una frattura: si può ancora sentire socialista e non riconoscersi più nel candidato sostenuto dal proprio partito.
Una vittoria che non unisce
Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie socialdemocratiche con oltre il 66 per cento dei voti, in una consultazione che ha coinvolto circa 120.000 partecipanti. Una vittoria netta. Per i militanti incontrati, resta tuttavia aperta la questione del suo radicamento popolare.
Ricordano un’altra scala: nel 2011, al secondo turno delle primarie cittadine, si recarono alle urne quasi 2,9 milioni di persone. Le due consultazioni si sono svolte con modalità diverse; il confronto, dunque, non consente di misurare da solo l’evoluzione del consenso al partito. Ma nella memoria di chi milita da anni, quella distanza alimenta la sensazione di un restringimento.
Ai loro occhi, le primarie somigliano a una pièce mal scritta. Il finale proclama un vincitore, ma non restituisce loro il desiderio di seguirlo. Dietro il giudizio affiora una domanda più intima: che cosa resta dell’impegno, quando la direzione imboccata dal partito diventa estranea alle ragioni per cui vi si era entrati?
F., S., M.: tre percorsi, una stessa scelta
F. milita dal 1980. Il suo impegno precede l’arrivo di François Mitterrand all’Eliseo: appartiene a quegli anni in cui la vittoria si preparava con la tenacia di chi aveva atteso a lungo. Oggi sembra decisa a votare per Mélenchon.
In questa scelta pesa una fedeltà ferita. Dopo tanti anni nel Partito socialista, cambiare scheda significa spostare una parte della propria storia. F. sembra pronta a farlo.
S. è entrato nel partito negli anni Novanta. Anche lui dice di essere pronto a votare per Mélenchon, che ha conosciuto a Massy. Questa conoscenza dà alla sua scelta un carattere personale: il leader della France insoumise fa parte del suo percorso, di una memoria politica che va oltre gli attuali contrasti tra le formazioni della sinistra.
La sua decisione si fa strada mentre il candidato sostenuto dal PS fatica a suscitare la sua adesione. L’appartenenza al partito conserva un valore, ma non determina più automaticamente il voto.
Per M. il rifiuto è più netto. Non riesce ad accettare il risultato delle primarie. Glucksmann, ai suoi occhi, è un «Macron bis»: un paragone che riassume il suo giudizio politico e la sua diffidenza. Dice che non lo voterà mai.
A quel punto, Mélenchon gli appare come la scelta naturale. È una disposizione che merita di essere ascoltata: un candidato può vincere una consultazione e incontrare, persino tra i militanti del partito che lo sostiene, una resistenza irriducibile. Per M., la designazione non ha risolto nulla.
L’ultima attesa: Hollande
La quarta persona incontrata conserva una speranza: che François Hollande decida di candidarsi. Aspetta dall’ex presidente una candidatura che le permetta di ritrovare un’opzione socialista in cui riconoscersi. Se non accadrà, anche lei pensa di votare per Mélenchon.
La sua posizione resta legata a quell’eventualità. Rivela l’attaccamento a una figura del partito, mentre il candidato uscito dalle primarie non offre la risposta che aspettava.
I quattro percorsi, dunque, non coincidono. F. sembra aver deciso; S. si affida anche a una conoscenza di lunga data; M. manifesta un rifiuto categorico di Glucksmann; la quarta persona aspetta ancora Hollande. Eppure le loro intenzioni convergono verso Mélenchon, con diversi gradi di certezza.
La fedeltà alla prova dell’urna
Sarebbe prematuro parlare di un’adesione organizzata o di un passaggio collettivo alla France insoumise. Questi militanti parlano di voto; non tutti dicono di voler lasciare il proprio partito. La distinzione conta: la fedeltà può sopravvivere nei ricordi, nelle convinzioni, nelle amicizie, e al tempo stesso smettere di tradursi nella scheda.
La loro delusione pone però una questione politica concreta: come si può costruire un consenso attorno a un candidato, quando alcuni militanti vedono nella sua designazione l’allontanamento dalla propria famiglia politica?
Le primarie scelgono tra diversi candidati. Poi comincia il lavoro più difficile: convincere chi ha votato diversamente, chi si è astenuto, chi esita a seguire. In quei caffè, quel lavoro resta ancora da fare.
Un tempo marciavano verso la Bastiglia convinti che il loro partito aprisse la strada al futuro. Oggi alcuni cercano in Mélenchon una destinazione per quella speranza rimasta senza casa. Il PS conserva ancora la loro storia. Dovrà riconquistare il loro voto.
Adriano B.
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